5 domande a Sergio Scariolo (di Massimo Oriani) |
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«Ce n’è più di uno. Su tutti direi il lavoro che dura da anni nelle scuole, è quella la chiave fondamentale per i successi. E poi lo sport usato come canale per farsi accettare dal mondo dopo l’uscita dalla dittatura di Franco. Inoltre, ci sono stati importanti investimenti negli anni del boom economico, con l’importazione di tecnici e giocatori stranieri che hanno accelerato ilprocesso di crescita». 2 E’ un ciclo destinato a durare nel tempo? «La Spagna è un Paese con 40 milioni di abitanti, è chiaro che i successi di questi anni sono anche il frutto di una coincidenza. E’ impossibile pensare che duri in eterno». 3 Cosa deve fare l’Italia per cercare di affiancare gli spagnoli? «Innanzitutto lavorare sullo sport nelle scuole. Il valore educativo dello sport oltre alla pratica è ridicolo rispetto alla Spagna. Qui non viene considerato un danno necessario come in Italia. Da noi lo sport è troppo legato alle società sportive e ai loro alti e bassi economici che spesso accelerano il processo produttivo di giovani talenti che invece dovrebbe essere a lungo termine per semplici necessità di sopravvivenza. Qui la scuola ha un’altra finalità». 4 Nelle scuole nasce anche lo spirito estremamente competitivo? «Inizialmente non c’era, con il tempo è cresciuta anche l’ambizione. Un gruppo di giovani che iniziato a vincere per una coincidenza di talenti ha contagiato tutte le discipline. Hanno capito che si può anche andare oltre il semplice divertimento». 5 In Spagna c’è lo stesso divario tra calcio e altri sport che c’è in Italia? «La sensazione è che sia inferiore, soprattutto per il basket. C’è più interesse per gli altri sport e più spazio sui media, che non viene necessariamente tolto al calcio. Ce n’è di più in assoluto». |