La Spagna lancia i giovani ecco la differenza

Corriere_della_Sera-logo-CB760013CB-seeklogo.com
  By Roberto De Ponti - 02/07/2010

«La differenza è elementare. Vale per il basket, ma anche per il calcio. In Italia, quando si parla di settori giovanili, quello che più interessa è: quanti campionati abbiamo vinto? In Spagna, invece, la domanda è: quanti giocatori siamo riusciti a portare quest'anno in prima squadra? E i risultati alla fine si vedono». Sergio Scariolo, 49 anni, bresciano del segno dell'ariete, ha un punto di vista privilegiato, commissario tecnico della nazionale spagnola campione d'Europa in carica che si prepara a dare l'assalto anche al Mondiale. Difficile, ma non impossibile. All'incirca la stessa situazione delle Furie Rosse del calcio, titolo europeo in tasca, titolo mondiale là dietro Paraguay, Argentina, Germania e Brasile. Difficilissimo, ma non impossibile.

Contemporaneamente, noi contempliamo le nostre miserie. Nel calcio, dove Marcello Lippi ha lasciato ricordando che di fenomeni a casa non ce n'erano, e che il cerino acceso passi pure nelle mani di Cesare Prandelli, da ieri ufficialmente c.t. azzurro.
E nel basket, dove il nuovo commissario tecnico Simone Piangiani ha subito provato a motivare il gruppo, i miei ragazzi hanno il fuoco dentro, senza però dimenticare quanto sia difficile il compito di riportare in alto la pallacanestro azzurra, ormai relegata ai confini dell'impero.

Questione di cattiva programmazione, Scariolo? «Mah, forse è solo un momento così, una coincidenza di eventi. È successo che i talenti di questa generazione sono nati in Spagna e non in Italia...». Solo una coincidenza? Le nazionali spagnole vincono nel calcio e nel basket, i club spagnoli vincono nel calcio e nel basket, e se non fosse per l'Inter, che di italiani ne ha pochini, per i nostri sport di squadra sarebbe un totale disastro. In più, il Barcellona è pieno di catalani e lo stesso Real Madrid ha diversi giocatori spagnoli. Solo una coincidenza? «No, in effetti no. In effetti la Spagna è molto cresciuta. Prima era più portata, per tradizione, a valutare l'aspetto estetico, il tocco, il possesso di palla. Poi hanno imparato a lavorare sulla testa e sulla tattica. Il risultato è che hanno imparato a vincere senza tradire la propria identità, associando i risultati alla qualità del gioco».
Detto così sembra semplice... «E lo è. In Spagna nei settori giovanili si lavora più sulla crescita dei giocatori che sui risultati, poi alla fine si tirano i conti e si scopre che due, tre, quattro giocatori del vivaio riescono ad arrivare in prima squadra, e non per fare numero. Io parlo per il basket, ma anche nel calcio è così: la cantera del Barcellona è l'esempio più evidente».

In Italia invece? «Non posso valutare quello che accade in Italia nei settori giovanili, però di una cosa sono convinto: se si lavora tanto per vincere, allora non si sta lavorando bene per formare i campioni del futuro».
Del futuro immediato. L'età media delle due nazionali spagnole, di calcio e di basket, è decisamente bassa. E i talenti non mancano. «Parlo ovviamente per il basket, anche se mi dicono che pure nel calcio è la stessa cosa: i giocatori che alleno hanno tutti, dico tutti, una dedizione tremenda per la nazionale, e sono tutti ragazzi normali, che non condizionano mai la squadra. E questo entusiasmo contagia le generazioni successive, ed è una reazione a catena. Un esempio: Pau Gasol. Ha appena vinto il titolo Nba, da protagonista, e per la prima volta ha chiesto un periodo di vacanza dalla nazionale. Bene, l'ha fatto a 30 anni, non a 22». Danilo Gallinari, stellina dei New York Knicks in vacanza, qualche domanda se la farà. «Se devo essere sincero, quando allenavo in Italia questo grande trasporto per vestire la maglia azzurra non lo sentivo...».
Risultato: «A livello tecnico tra Spagna e Italia esiste una divario enorme, e non vedo a breve segnali di avvicinamento». La differenza, appunto, è elementare.
CONDIVIDI
 
 
pizarra_it